Premessa:
a volte l'aria che si respira all'Università è appestante, passi interi mesi senza trovare uno stimolo negli occhi di quelli che sarebbero i tuoi "maestri"...
ma come direbbe quelgrande pensatore crativo di Corrado Guzzanti:
"la risposta è dentro di te, ed è sbagliata!"
tratto da: Contributi al progetto pedagogico (prima bozza)
Scuola europea in Parma
Ufficio scolastico regionale per l’Emilia-Romagna
In una scuola europea gli alunni (e augurabilmente i docenti) imparano a stimarsi, volersi bene e amare di conseguenza il comune riferirsi a fonti culturali unitarie, magari differenti e diverse ma sempre relazionate tra loro.
Il filosofo dell’educazione G.M.Bertin, ben prima e con ben maggior profondità degli psicologi della “intelligenza emotiva” (Goleman) e seguendo suggestioni nietszchiane, ha proposto l’affascinante immagine di una “razionalità demonica” mossa dai sentimenti: una ragione non scientista, né tecnicista bensì capace di andare oltre l’evidente e di stabilire una preziosa interazione tra il mondo del mythos e quello del logos, tra spirito dionisiaco e apollineo. E’ una razionalità aperta alle istanze estetiche, filosofiche, alle inquietudini e sollecitudini del quotidiano, ma anche una razionalità capace di prenderne le distanze.
Debitori come siamo per molti aspetti alla visione illuminista della ragione (non va dimenticato che dopo Platone la più importante riscoperta del potere critico della ragione è avvenuta in questo periodo storico), propendiamo a pensare che la genesi del pensiero sia da rinvenirsi nelle dinamiche emotive e affettive, sia di segno positivo che negativo.
L’amore –ce lo ha insegnato una grande donna, santa Teresa de Avila) non è solo il “carburante” della cognitività, non si limita ad assolvere a una funzione propulsiva ma contribuisce potentemente ad indirizzare il pensiero, a costruirlo, a cogliere certi tratti e non altri, a porre determinate questioni, a “vederle”. La sensibilità etica, civica, la scelta di “sentire” certi problemi e non altri, il gusto verso testi letterari, architettonici nascono dalle regioni dell’affettivo.
A nostro avviso, il pensiero “debole” (termine forse poco felice, però costituisce ormai un paradigma individuabile), complesso, problematico, non assertivo, aperto al possibile, plurale, tollerante nasce e si alimenta da un’affettività che rende possibile quel tipo di pensiero.
L’ affettivo non solo è una condizione del cognitivo e della conoscenza creatrice, ma è la scaturigine del conoscere, è elemento costitutivo della conformazione cognitiva.
La conoscenza viene dall'eros (ancora Platone), senza l'amore è il Nulla o l’interminabile accademica iterazione di un sapere estinto perchè non incessantemente nuovo (Gentile).
Questo è un DIARIO DIGITALE. Le pagine che sto scrivendo si propongono di raccogliere in maniera sistematizzata il materiale documentale (ed emozionale!) che segna la mia meravigliosa esperienza di ricerca congiunta con l'U.C. Berkeley - Center for New Media "Una giocosa avventura che costituisce l'occasione per un vero salto di qualità nella mia formazione" Sarà capace di farcela il giovane ciociaro volante? Giammai, senza di voi!
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domenica, ottobre 17, 2010
Di come la conoscenza nasca dall’amore
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mercoledì, luglio 11, 2007
NEWS DA BERKELEY
LA STAMPA dell'11 luglio 2007 "TuttoScienze", pag IV
LA STAMPA dell'11 luglio 2007 "TuttoScienze", pag V
Pare che l'Italia si interessi ancora a questi giovani, che prima studiano nelle nostre Università e poi vanno a fare ricerca negli States.
Ora, forse è un caso che ci sia finito anch'io in questo articolo, che in America ci sono andato per imparare a fare ricerca, determinato a tornare e ad applicare nel mio Bel Paese quel che ho appreso... ma riflettendoci, visto che sono chiamato in causa, mi vengono in mente alcune considerazioni: una è che evidentemente le nostre Università funzionano (è lì che hanno studiato 'sti cervelli prima della fuga, o no?). Un'altra che ha i toni della beffa: gli States hanno risparmiato tutti i costi di formazione di questi ricercatori (che invece sono stati affrontati dalla nostra collettività). E ancora, a seguire, non è stato detto, ma tutti avrebbero preferito rimanere in Italia dove -oggettivamente- si vivrebbe meglio a parità di stipendio e infrastrutture (e secondo me anche a metà di stipendio e infrastrutture per la ricerca). E quella passione che si cita nell'articolo, quella che spinge 'sti disperati a cercare altrove un luogo per esprimersi, è veramente così difficile da trattenere, valorizzare e capitalizzare nei nostri confini? Siamo europei? e allora facciamo come gli altri Paesi europei, almeno! Ad Posteros
LA STAMPA dell'11 luglio 2007 "TuttoScienze", pag V
Pare che l'Italia si interessi ancora a questi giovani, che prima studiano nelle nostre Università e poi vanno a fare ricerca negli States.
Ora, forse è un caso che ci sia finito anch'io in questo articolo, che in America ci sono andato per imparare a fare ricerca, determinato a tornare e ad applicare nel mio Bel Paese quel che ho appreso... ma riflettendoci, visto che sono chiamato in causa, mi vengono in mente alcune considerazioni: una è che evidentemente le nostre Università funzionano (è lì che hanno studiato 'sti cervelli prima della fuga, o no?). Un'altra che ha i toni della beffa: gli States hanno risparmiato tutti i costi di formazione di questi ricercatori (che invece sono stati affrontati dalla nostra collettività). E ancora, a seguire, non è stato detto, ma tutti avrebbero preferito rimanere in Italia dove -oggettivamente- si vivrebbe meglio a parità di stipendio e infrastrutture (e secondo me anche a metà di stipendio e infrastrutture per la ricerca). E quella passione che si cita nell'articolo, quella che spinge 'sti disperati a cercare altrove un luogo per esprimersi, è veramente così difficile da trattenere, valorizzare e capitalizzare nei nostri confini? Siamo europei? e allora facciamo come gli altri Paesi europei, almeno! Ad Posteros
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